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 Sergio Leone. America e nostalgia di Roberto Donati

 

Titolo: Sergio Leone. America e nostalgia Autore: Roberto Donati

Edizioni: Falsopiano (Alessandria, 2005); Collana Falsopiano Light, www.falsopiano.com

Il volume contiene fotografie inedite tratte dai film di Sergio Leone e due interviste inedite, a Sergio Donati (sceneggiatore) e a Luca Beatrice (critico d’arte esperto del cinema western in generale e leoniano in particolare)

Dati autore: Roberto Donati, nato ad Arezzo il 20 settembre 1980 e ivi residente in via Romagna 5, tel. 0575.324293, cell. 339.5826438, e-mail robertodonati@aliceposta.it Appassionato precoce di letteratura, e conseguentemente di cinema, mi laureo, dopo studi di alterna efficacia, nel febbraio del 2004 all’Università degli Studi di Siena con sede in Arezzo con una tesi sul tema della nostalgia nel cinema di Sergio Leone (specificatamente negli ultimi suoi tre film). Subito dopo la laurea, propongo la tesi a vari editori, trovando il consenso alla pubblicazione da parte della piccola ma crescente (sia in senso quantitativo che qualitativo) Falsopiano di Alessandria. Il volume edito è dunque una riduzione/rielaborazione del mio testo di laurea. Quando non scrivo di/sul cinema, scrivo cinema e dirigo cortometraggi.

Il volume: “Tra mito e realtà, sogno e leggenda, i protagonisti di C’era una volta il West, Giù la testa e C’era una volta in America incarnano un ideale antieroe che non ha chiuso definitivamente i conti con il passato. Questo libro riparte da quel misterioso e affascinante passato, e approfondisce la centralità del tempo nell’opera di uno dei più imprevedibili cineasti italiani” (dalla quarta di copertina)

Affascinato, per umore e sensibilità personali, dal sentimento della nostalgia, tanto più se legato, come nel caso di Sergio Leone nei confronti dell’America, a un immaginario reale ma mai realmente conosciuto e dunque soltanto vagheggiato, ricostruito, informato dalle manifestazioni artistiche, quella cinematografica in testa, mi sono avvicinato al cinema di questo nostro cineasta (conosciuto e amato fin dalla più tenera età) forse oggi considerato autore ma ancora fonte di dibattiti e dubbi critico-stilistici con uno sguardo fresco e appassionato, sia pure debitore dell’obiettività necessaria e di tutte le teorie critiche che su di lui sono state scritte e dette. Gli intenti velati erano sicuramente tendenti all’elegia leoniana ma, nel dover affrontare con sistematica scientificità il suo corpus di opere, ho tentato di scindere la passione personale dall’analisi vera e propria, nella volontà di riconoscere, in mezzo alla lungimirante rivoluzione operata da Leone con il suo cinema, anche insicurezze di uomo e di regista, pecche stilistiche, vezzi d’autore, debolezze strutturali e intellettuali.

Non prendendo in considerazione il suo primo periodo artistico (dagli esordi col peplum de Il colosso di Rodi alla prima, scoppiettante “trilogia del dollaro”), sicuramente fondamentale nella costruzione registica di Leone ma meno impregnato di quei toni fra il malinconico e il nostalgico di cui, in fondo, volevo scrivere, la tesi prima e il libro ancora più necessariamente si occupano specificatamente del tema della nostalgia nella seconda trilogia leoniana, quella da me ribattezzata “trilogia del tempo” e costituita da C’era una volta il West, Giù la testa e C’era una volta in America. Una trilogia che prosegue il discorso legato al western e ai suoi stereotipi/archetipi di genere risalente addirittura fino alla mitologia ellenica e che, d’altra parte, riassume e compendia il pensiero leoniano e la sua filosofia pessimista: in contesti di arida brutalità capitalistica, a emergere sono sempre figure di solitari e perdenti, cinici ma a loro modo romantici (o perlomeno è romantica la visione che di loro dà Leone); tuttavia, i toni adottati si fanno via via più gravi e ponderati, riflettendosi questo anche a livello stilistico con l’adozione sempre più massiccia dei tempi morti à la Leone, e tutto l’impianto strutturale – narrazione e invenzione visiva – si carica di afflati tragici e acuti nostalgici. Dietro a ciò, appunto, l’impenetrabile nostalgia verso un mondo che diventa altro (Leone non descrive l’America dei suoi anni o l’America reale degli anni in cui ambienta i suoi film, ma l’America, opportunamente rivisitata secondo la propria impronta artistica, dei western classici, dei noir sudaticci degli anni ’40, l’America, osservata con distante ammirazione e con disincanto tutto europeo, di Stephen Crane e di Raymond Chandler) di un autore che ha sempre creduto nel cinema-totale e non ha fatto altro che questo. Un autore che non ha mai smesso di ispirarsi al passato e che non ha mai smesso di ispirare, anche inconsapevolmente, gli autori a venire.

In tutta la bibliografia leoniana, pur venendo alla luce, il discorso non era mai stato posto così alla base della sua architettura cinematografica e, apparendomi invece centrale (nonché intimamente condiviso), ho voluto sviscerarlo, anche in maniera intellettuale laddove il cinema di Leone, se possibile, non lo è mai, per scelta e onesta volontà autoriale.

Ad arricchire il volume e a fornire una sorta di controcanto smitizzante all’opera tendente all’epica e all’elegia di Leone, in appendice, il volume presenta due testimonianze inedite di Sergio Donati, sceneggiatore di fiducia di Leone, e di Luca Beatrice, critico d’arte autore, qualche tempo fa, di un interessante saggio sul western all’italiana e cantore del cinema bigger than life di Leone.

Estratti: Lontananza e sofferenza, pertanto, distacco fisico e sentimentale, ricordo e mancanza: la tematica della nostalgia come epifania di dolore e di lieve malinconia può essere applicata con successo al cinema di Sergio Leone. Spesso la nostalgia assume connotati di tristezza cauta e indolore (ma per questo, in realtà, ancora più in grado di annichilire) ed è un sentimento al quale non si sfugge perché, al contrario, è volontariamente e/o disperatamente ricercato: alla base c’è un processo di memoria visiva e intellettiva, e la memoria stessa è spesso dolorosa e invadente.

La nostalgia, nel cinema di Leone, è però ambivalente e si arricchisce di mille sfaccettature: si può parlare di una nostalgia primaria, assolutamente personale, quella che investe direttamente Leone stesso e il suo pensiero durante il concepimento dei film. Il rifarsi a un cinema popolare di stampo antico che a sua volta viveva sulla rivisitazione e la riproposizione  di miti e leggende, archetipi e stereotipi, risponde a una fortissima esigenza intima, quella che vede nel mito la chiave di volta del mondo non soltanto cinematografico.

Paradossalmente, però, la nostalgia di Leone non è dovuta alla lontananza o alla mancanza di cose e ambienti reali; la sua è una nostalgia di tipo prettamente artistico: a Leone, cioè, non mancano le colt o i bounty killer - che, ovviamente, non ha mai visto né conosciuto - ma manca ciò che essi hanno significato attraverso la loro rappresentazione artistica in generale e cinematografica in particolare.

C’è però anche una nostalgia di secondo grado, interna al film: quella che si portano dentro molti personaggi, se non proprio tutti. Essa è un riflesso speculare dell’atteggiamento filosofico di Leone e della sua partecipazione emotiva nei confronti delle sue creazioni, ma assume anche sfumature opposte a quelle del pensiero del regista: se da una parte è presumibile che Leone rimpiangesse la durezza dei tempi che furono, dall’altra è evidente che i suoi attanti, costretti dall’autore demiurgo a vivere proprio in quell’epoca, siano segnati dalla sofferenza e dal dolore insiti in essa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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