Giorgio Vasari
Giorgio
Vasari fu pittore, architetto e scrittore.
Nato
in Arezzo nel 1511, cominciò in questa città i suoi studi con Guglielmo
de Marcillat (artista pregevole che si specializzò nella pittura di
vetrate); passò poi a Firenze con Michelangelo. Fu successivamente
allievo di Andrea del Sarto e Baccio Bandinelli. Egli conobbe i più
grandi uomini del suo tempo, la qualcosa gli permise di raccogliere un
carteggio rimasto fondamentale per gli studi del
‘500.
Come
pittore ed architetto lavorò soprattutto a Firenze e ad Arezzo. Egli
scrisse le « Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori »,
opera interessantissima che costituisce la prima storia dell’arte
nella nostra letteratura, ed è fonte preziosissima di notizie attorno
agli artisti più eminenti.
Ecco
quanto il Vasari scrisse per sé stesso:
Avendo
io fin qui ragionato dell’opera
altrui con quella maggior diligenza e sincerità
che ha saputo e potuto
l’ingegno mio, voglio anco,
nel fine di queste mie fatiche,
raccorre insieme e far note al
mondo l’opera che la divina Bontà mi ha fatto grazia di condurre; perciocché, se bene elle non sono di
quella perfezione che io vorrei, si vedrà nondimeno, da chi vorrà con
sano occhio riguardarle, che elle sono state da me con istudio, diligenza
ed amorevole fatica lavorate, e perciò se non
degne di lode, almeno di scusa; senza che, essendo pur fuori e veggendosi,
non le posso nascondere. E però
che potrebbono per avventura essere scritte da qualcun altro, è pur
meglio che io confessi il vero, ed accusi da me stesso la mia
imperfezione, la quale cnosco da vantaggio; sicuro di questo, che
se, come ho detto, in loro non
si vedrà eccellenza e perfezione, vi si scorgerà per lo meno un ardente
desiderio di bene operare, ed una grande ed indefessa fatica, e l’amore grandissimo che io porto alle nostre arti. Onde
avverrà, secondo le leggi, confessando io apertamente il mio difetto, che
me ne sarà una gran parte perdonato.
Avendomi dato a fare la compagnia del Corpus Domini d’Arezzo la tavola
dell’altar maggior di San Domenico, vi feci dentro un Cristo deposto di
croce; e poco appresso, per la compagnia di San Rocco, cominciai la tavola della
loro chiesa in Firenze.
E
così tirando innanzi in Arezzo la
detta tavola e facciata di San Rocco, con l’ornamento, mi andava
mettendo a ordine per andare a Roma; quando, per mezzo di messer Giovanni
Pollastra (come Dio volle, al quale sempre mi sono raccomandato, e dal
quale riconosco ed ho riconosciuto sempre ogni mio bene) fui chiamato a
Camaldoli, capo della congregazione camaldolese, dai padri di
quell’eremo, a vedere quello che disegnavano di voler fare nella loro
chiesa. Dove giunto, mi piacque sommamente l’alpestre ed eterna
solitudine e quiete di quel luogo santo; e se bene
mi accorsi di prima giunta, che que’ Padri, d’aspetto venerando,
veggendomi così giovane, stavano sopra di loro; mi feci animo, e parlai
loro di maniera che si
risolverono a v~lere servirsi dell’opera mia nelle molte pitture, che
andavano nella loro chiesa di Camaldoli,
a olio ed in fresco.
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