Il principato Mediceo

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

Il principato Mediceo (Parte 1°)

Tratto da "immagine di Arezzo" di Monsignor Angelo Tafi

L. Medici in un suo Saggio sulla storia demografica di Arezzo pone a confronto due dati: all'inizio del principato mediceo, nel 1551, la popolazione di città assommava a 7750 abitanti e quella del contado aretino a 14.948 (totale 22.698) mentre alla fine dello stesso, nel 1745 le cifre erano calate a 6.719 per la città e 10.891 per il contado (totale 17.610).

Il significato di queste cifre, già eloquente di per se stesso, viene reso ancor più esplicito dalla constatazione che la popolazione di Arezzo era tra le più basse delle città del Granducato toscano e, quello che è peggio, l'unica che era calata invece che cresciuta.

Per esempio Pisa nello stesso periodo era passata dal 8.571 a 12.406, Pistoia da 6.150 a 9.446 e Firenze da 60.773 a 73.517.

Il principato mediceo cominciò malissimo: con le galanti e boccaccesche avventure del primo duca Alessandro (1531-1537) e con l'orribile omicidio di lui. Ma il successore Cosimo 1 (1537-1574) intelligentemente (fu aiutato dal Guicciardini!), freddamente e spietatamente gettò le basi del principato sicché dopo, per due secoli, questo non corse più seri pericoli. Anche Siena dovette sottomettersi a lui. Suo figlio successore Francesco I (1574-1587) regnò appena dodici anni tra scandali (ricordare Bianca Cappello), disinteresse per lo Stato ed esperimenti scientifici. Lo storico R. Caggese poté scrivere di lui: “il primo giorno del governo personale di Francesco I, il 22 aprile 1574 è altresì il primo giorno della decadenza medicea, il primo giorno di una lenta consunzione di intelletto e di muscoli che si chiude con la sterilità e la morte ”.

Ferdinando 1 (1587-1609) fu più energico e più attivo sia nella politica estera che in quella interna, curando in maniera speciale l'agricoltura.

Cosimo 11 (1609-1621) fu mediocre in tutto: l'unica cosa grande che la storia ricorda di lui è la stima affettuosa e la protezione accordata a Galileo. Morì a 32 anni quando il primogenito aveva appena dieci anni; il governo della Reggenza che aveva a capo la madre e la vedova del defunto sovrano, fu pessimo. Non fu un regno felice nemmeno quello di Ferdinando 11 (1627-1670) che pure fu un sovrano intelligente e onesto; spesso si legge negli storici che egli fu il migliore dei granduchi medicei. Ma le cose andarono assai peggio con Cosimo 111 (1670-1723) sventurato nella famiglia, sfortunato nel governo anche se personalmente stimato da tutti per la sua onestà, cultura e profonda religiosità.

L'alcoolizzato Gian Gastone (1723-1737) pose fine, ingloriosamente, alla dinastia medicea.

  Per Arezzo e per il territorio aretino l'unico granduca mediceo che si possa ricordare con riconoscenza ed affetto è Ferdinando I che non soltanto si preoccupò, come gli altri, di spillare denaro dai sudditi aretini ma pensò a spenderlo in favore della terra di Arezzo iniziando con impegno la grande opera di bonifica della Valdichiana. Mentre era ancora in vita la popolazione aretina volle erigergli sulla scalinata del Duomo un bel monumento disegnato dal Giambologna: un omaggio davvero voluto e sentito. Chissà se Ferdinando 1 ricordandosi di Arezzo (sappiamo che la sua città prediletta fu Livorno) pensò ai gravi danni arrecati a questa città da suo padre Cosimo I.

 In realtà questi è stato involontariamente il più freddo e impietoso distruttore di Arezzo. A partire dal 1539 per la nuova sistemazione e ristrutturazione della Fortezza del Sangallo e per la nuova cinta muraria la vecchia Arezzo medioevale ricevette un colpo mortale: chiese (prima fra tutte la veneranda Abbazia di S. Clemente), palazzi (il palazzo del Comune del 1232, quello del Popolo del 1278, quelli dei Tarlati e di altre nobili famiglie) torri (del Comune e dei Popolo), interi quartieri sparirono. Nel 1561 dette ordine di abbattere l'antichissimo centro sacro di Pionta (cattedrale di S. Stefano e S. Maria, tempio di S. Donato, palazzo vescovile e dei canonici): tutto raso al suolo. Non protestò l'aulico vescovo Bernardetto Minerbetti intimo del granduca; non protestò l'aretino più influente di quei tempi, Giorgio Vasari, primo architetto del granduca. Non era certo H Vasari un tipo da fare una simile protesta: in una sua lettera si trova scritto a proposito delle Loro Altezze: “io che mangio il loro pane sono forzato obbedire”; e ancora: “che poi che piace così a loro Altezze, deve ancora a noi così piacere” (22 agosto 1573). Protestò invece a più riprese, senza ottenere nulla se non una ipocrita paterna lettera, il popolo di Arezzo. Ed uno dei tanti aretini che di quelle decisioni soffersero, Gregorio Sinigardi, lasciò scritto nei suoi Ricordi queste dignitose parole: “11 dì 21 ottobre 1561 s'incominciò a buttare a terra et rovinare il Duomo, con gran disturbo della città a vedere disfare sì bello et santo Duomo dove erano molte cose belle sante et notabili. Così volse chi era padrone. Che Dio gliene perdoni a chi fu inventore di tal cosa ”.

    (continua)