I Lorena 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

I Lorena (Parte 2°)

In realtà per la Toscana e specialmente per Arezzo e per il territorio aretino l'azione di Leopoldo I fu il primo energico tentativo di innalzare il livello religioso e culturale del popolo ed anche dei suoi pastori e di risollevare tutti dal letargo spirituale in cui ci si era assopiti. Purtroppo Leopoldo 1 non seppe capire l'arte: ci si rivolse a lui per salvare il porticato di Giuliano da Maiano che circondava il piazzale di S. Maria delle Grazie, ma egli si rifiutò di concedere aiuti e fece sapere ai carmelitani che lo restaurassero loro diminuendo il numero dei frati; ed il Comune di Arezzo nel 1788 vendette tutto il materiale ai demolitori per la somma di 426 scudi. Dannosissima per la nostra città fu la soppressione di tutte le Confraternite e Compagnie: non la soppressione in se stessa perché si trattava, in generale, di associazioni senza più vitalità né religiosa né umanitaria, ma la mancata tutela delle loro sedi, chiese o oratori e opere d'arte. Soltanto in Arezzo vennero vendute a privati, manomesse e distrutte, a partire dal 1785, una ventina di chiese di dette Compagnie, alcune delle quali bellissime, e centinaia di opera d'arte. Così accadde anche per la soppressione di certi conventi. Questo notevole impoverimento del nostro patrimonio artistico continuò purtroppo nei quindici anni della triste parentesi francese. L'occupazione francese della Toscana fu atto di arbitrio e di prepotenza compiuto in disprezzo di tutte le leggi e della libertà dei popoli proprio da chi “libertà-uguaglianza-fraternità” aveva sulla bocca, ma il cuore avido di rapina.

  Quando il 6 aprile 1799 venne occupata Arezzo la città fin dal precedente gennaio non aveva più il vescovo come dal precedente marzo non aveva più il granduca partito per Vienna; il papa Pio VI era stato condotto in esilio in Francia. Caduta la repubblica di Venezia, caduto lo Stato pontificio. Ruberie, offese alla popolazione e violenze cominciarono subito. Altezzosi manifesti venivano affissi quasi ogni giorno: i fiorentini se la ridevano alla barba degli occupanti da loro chiamati “nuvoloni” perché quei manifesti iniziavano spesso con “Nous voulons” (= noi vogliamo). Gli aretini, forse meno capaci di ridere, ricordarono la tremenda spoliazione subita ad opera dei francesi del de Coucy nel 1384 e un mese dopo l'occupazione, il 6 maggio 1799, esplosero nella famosa rivolta che prese il nome di “ Viva Maria ”. Su questa rivolta si ha una vasta bibliografia ed essa ha avuto campanilistici esaltatori e feroci denigratori: più numerosi quest'ultimi che i primi.

  Le due posizioni sono entrambe errate; credo che purezza d'ideali e onestà di azioni non si trovino completamente né dall'una né dall'altra parte. L'unica cosa che mi pare certa, se ci mettiamo nel contesto storico di quei tempi è che l'esplosione della rivolta sia ben giustificata dalle prepotenze e dalle angherie dei francesi accompagnate da quelle dei forsennati giacobini locali. Tolti certi deplorevoli eccessi, come quelli avvenuti contro gli ebrei di Siena, la rivolta del Viva Maria anche se chiaramente destinata a fallire (e Arezzo fu punita in maniera gravissima, il 19 ottobre 1800: saccheggio, fucilazioni, rovina economica; il 2 gennaio 1801 il Comune venne multato di tremila scudi da pagarsi entro 24 ore!) fu un'altra riprova dei coraggio e della fierezza aretina.

          (continua)