La Paleontologia nel Territorio Aretino: "Importanza dei giacimenti fossiliferi di Arezzo"

 

Mentre lo stesso non può dirsi per tutti i periodi precedenti il Neogene e il Quaternario, per questi ultimi l'Italia riveste in tutto il mondo un ruolo di primaria importanza. Relativamente vicino alle aree europee interessate dalle coperture glaciali e caratteristicamente proteso in mezzo al Mar Mediterraneo, il nostro Paese conserva infatti numerose successioni sedimentarie sia marine che continentali, spesso potenti e generalmente ricche di fossili, le quali sono ben conosciute fin dai primordi della storia della Geologia. Non è affatto un caso, quindi, che lo studio delle successioni sedimentarie marine neogenico-quaternarie venga eseguito in tutto il mondo con riferimento ad unità cronostratigrafiche - il Langhiano, il Serravalliano, il Messiniano, lo Zancleano, il Piacenziano, il Gelasiano, il Selinuntiano, lo Ioniano, il Tirreniano, il Versiliano - i cui stratotipi sono tutti in Italia. E neppure è un caso che a partire dal 1948 (anno in cui a Londra venne tenuto il XVIII Congresso Internazionale di Geologia), per accordo scientifico internazionale l'Italia sia stata adottata quale area-tipo di riferimento per l'individuazione in ogni parte del mondo del limite stratigrafico fra i sedimenti marini del Neogene e quelli del Quaternario.

(continua)

     
 

La Paleontologia nel Territorio Aretino: Mastodonte dell'Arvernia (Ananchus arvernensis)

 
   
   
     

La Paleontologia nel Territorio Aretino: Mastodonte dell'Arvernia (Ananchus arvernensis)

 

Durante il periodo Villafranchiano, le sponde dei laghi del Valdarno erano frequentate da questi mastodonti caratterizzati dalle enormi zanne diritte che potevano raggiungere i tre metri di lunghezza. Questa specie aveva denti laterali costituiti da due serie parallele di tubercoli principali separati fra loro da un solco longitudinale contenente una fila di tubercoli centrali più piccoli e da solchi trasversali parzialmente riempiti da tubercoli accessori. I suoi molari intermedi, inoltre, erano di tipo tetralofodonte, ossia provvisti di quattro coppie di tubercoli principali. La specie popolò l'Eurasia durante il Rusciniano e il Villafranchiano inferiore e medio, divenendovi però sempre più rara man mano che andavano diffondendosi i primi Elefantidi del genere Mammuthus ed estinguendovisi subito dopo l'inizio del Villafranchiano superiore (Unità di Olivola). Alta circa 2,5 m alla spalla, essa aveva nel complesso un aspetto tozzo e poco agile, con gli arti corti e la testa relativamente ampia, allungata ed armata da difese superiori diritte come quelle del Mastodonte di Borson (anancus  significa "non curvo"), però lunghe fino a 3 m e protese in avanti come enormi giavellotti. Allo stesso modo del Mastodonte di Borson, anche quello dell'Alvernia si nutriva di vegetali teneri, e non di erbe; poichè, però, le sue immense difese gli sarebbero state sicuramente di ingombro in ambienti forestali densi, si puo' supporre che abbia vissuto in savane o, al massimo, in foreste rade. La struttura slargata degli autopodi, apparentemente idonea ad una deambulazione su terreni morbidi o cedevoli, induce a pensare che esso pascolasse di frequente lungo sponde lacustri o anse fluviali: il che verrebbe ulteriormente confermato, sia dalla posizione bassa dello sterno (idonea a far ricevere prima all'animale la spinta idrostatica), che dalle difese lunghe e diritte (idonee a scalzare vegetali palustri dalla superficie dell'acqua).