La Repubblica Aretina |
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I Tarlati (Parte 3°) L'elezione a vescovo di Arezzo, nel 1312, di un Tarlati, il trentenne Guido arciprete della Pieve, di doti politiche e militari non comuni, significò la conquista della meta agognata. E fu la fortuna per Arezzo, anche se giustamente si suol considerare la repubblica democratica come una manifestazione di buona salute dei corpo politico e la signoria una forma patologica. In
realtà quel popolo e quei cittadini di Arezzo (ed anche degli altri
Comuni!) che con stupenda energia avevano creato il Comune si
dimostrarono poi assolutamente incapaci a reggerlo: lotte fra popolani e
nobili, causate, scrisse il Machiavelli “da H volere questi comandare
e quelli non ubbidire”; tra consorterie nobiliari e società popolare
guidata da ricchi artigiani e da istruiti professionisti (con suo
Palazzo, suoi Priori, suo Capitano); lotte tra guelfi e ghibellini
distinti da coloritura politica (anti o pro imperiale) ma anche
economica. Basti notare come nel guelfismo ci fosse una tale componente
economica e non lo si deve dimenticare se si vuol comprendere la storia
medioevale aretina: i banchieri fiorentini, i primi d'Europa, non
potevano non esercitare forte attrazione sulle grandi famiglie di nobili
e di mercanti. Non sapere e non potere equilibrare tutte queste forze
significava precarietà dell'esistenza del libero Comune e marcia verso
la Signoria. Il
vescovo Guido Tarlati (1312-1327)
appena eletto si dette ad attuare una politica originale e intelligente.
Prima di tutto pacificazione con Firenze (1314) e Siena (1315) che
allora era guelfa e retta dal famoso governo dei Nove e promessa di
fedeltà a Roberto d'Angiò. (continua)
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