Il Sacro Romano Impero

     
 

 
   
   
     

 

E merito principale di questo rinascimento aretino appartiene ai grandi vescovi del tempo: già signori di fatto, se non ancora di diritto, della città e del comitato. Vescovi che per doti religiose, culturali, amministrative e politiche avrebbero potuto occupare anche la cattedra di San Pietro: e si conosce la crisi attraversata allora dál papato. E primo che occorre nominare è Elemperto (986-1010), di origine germanica. Ricostruì sulla collina di Pionta la cattedrale di S. Maria e S. Stefano affidandone l'incarico all'architetto Maginardo ed invitando a consacrarla il pontefice Giovanni XVIII. Ricostituì con grande energia la canonica e con fierezza pastorale poté presentare quell'eletta accolta di sacerdoti all'imperatore Ottone III venuto ad Arezzo a venerare le reliquie di S. Donato. Protesse i monaci benedettini, fondò il monastero di Badia Prataglia, guidò energicamente la vasta diocesi (oltre 60 pivieri) riportando alla disciplina clero e fedeli. G. Tabacco ha scritto di lui: “ Alla radice della complessa prosperità goduta nell'XI secolo dal vescovado aretino sta anzitutto la vigorosa figura di Elemperto, un'esperienza morale formatasi nella stessa cerchia in cui visse Ugo, H grande marchese, di cui quel vescovo fu familiare ... Un uomo energico, altamente compreso delle proprie responsabilità e virilmente consapevole, dopo oltre vent'anni di presulato, di aver molto amato e molto operato per il suo clero e per il suo popolo ”.

Dopo H breve episcopato di Guglielmo (1010-1013) già collaboratore e braccio destro di Elemperto, divenne vescovo Adalberto (1014-1023) già arcivescovo di Ravenna ma .che l'imperatore Enrico II trasferì ad Arezzo per mettere a Ravenna suo fratello Arnolfo. Egli volle innalzare accanto alla cattedrale di Pionta un grandioso tempio in onore di S. Donato e a questo scopo inviò Maginardo nella sua diletta Ravenna affinché vi potesse studiare la chiesa di San Vitale e approntargli il progetto. Alla sua morte i lavori dei tempio erano giunti alla metà.

Gli successe Teodaldo (1023-1036), della casa di Canossa e fratello di Bonifacio che nel 1027 da Corrado II fu eletto marchese di Toscana.

Era quindi zio della contessa Matilde che non conobbe perché nacque dopo la sua morte.

Uomo di grande fede, sacerdote e vescovo di intemerata condotta morale fu oltre che ottimo pastore un intelligente mecenate. Unito da affettuosa ammirazione a San Romualdo “padre spirituale della sua anima” volle donare a quel grande riformatore H terreno e i mezzi per la fondazione dell'Eremo di Camaldoli (1024 circa); accolse e protesse Guido Monaco profugo da Pomposa e questo grande genio perfezionò in Arezzo il suo metodo di insegnamento della musica, scrisse le sue opere (la principale, il Micrologo, è dedicata a Teodaldo) e diresse il canto liturgico nella cattedrale di Pionta. Frattanto Maginardo, personalità d'artista “particolarmente dotata” (Salmi) portò a termine la costruzione del tempio di S. Donato che Teodaldo consacrò con grandissima solennità il 12 novembre 1032. Un testo del tempo dice che per l'occasione vennero ad Arezzo il marchese di Toscana, diversi vescovi, e “totaque quasi Tuscia ”.

  Accanto a lui anche un'altra geniale figura occorre segnalare: il primicerio ed archivista Gerardo che ebbe il grande merito di far ricopiare importanti documenti (fin dal 650) che oggi costituiscono il tesoro e il vanto del nostro prezioso Archivio Capitolare.

  Accanto al centro di Pionta completamente rinnovato da Maginardo (per Teodaldo egli ricostruì anche il palazzo episcopale) non è fantasia pensare ad opere eseguite anche nella città benché i documenti non ne facciano parola. Non è improbabile che le numerose e alte torri di difesa che nel 1111, a dire di Ottone di Frisinga, costituivano l'orgoglio degli aretini, siano state innalzate in questo periodo.

  Certo in questo periodo la città, come presa da una nuova vitalità, comincia ad erompere lungo le vie d'accesso sulle quali i longobardi, a difesa, avevano impiantato i loro fortilizi con chiese dedicate specialmente a S. Michele Arcangelo (S. Angelo in Arcaltis nella zona della Fortezza, S. Michele al Corso).

  L'Alto Medioevo arricchì Arezzo di chiese (sicuramente S. Bartolomeo, S. Gimignano, oltre le due citate) ed anche di palazzi (il palatium marchionis: certamente dimora in Arezzo del marchese di Toscana).

  Purtroppo al contrario di Teodaldo che salvò la fatiscente chiesa di S. Clemente affidandola ai Benedettini, il granduca Cosimo 1, lo ripetiamo, facendo distruggere (adoperando anche le mine!) il centro sacro di Pionta nel 1561 e già prima, a partire dal 1539, il centro storico della città, arrecò ad Arezzo ed alla storia di Arezzo un colpo mortale: nemmeno paragonabile a tutte le altre distruzioni sommate insieme.

  L'Alto Medioevo, almeno per la nostra città non è affatto un periodo buio e tenebroso!

Il periodo veramente buio si ebbe nel Cinquecento.